Lo stress da lavoro è la conseguenza più frequente della frenesia, che affligge la nostra società odierna. Essere sempre di corsa potrebbe portare ad un inevitabile collasso emotivo ed energetico, chiamato anche burnout. Per curare questa condizione, è partito a Pisa un progetto che mira alla prevenzione e alla riabilitazione dei danni da stress lavoro-correlato, utilizzando la realtà virtuale (VR).

I dati ormai sono allarmanti. Si stima che ne soffre ben un lavoratore su quattro e che il 50% e il 60% di tutte le giornate lavorative perse è dovuta proprio allo stress. Questo fattore determina costi considerevoli in termini sia del benessere psico-fisico del lavoratore, che in termini di risultati negativi sull’andamento economico di un’unità produttiva.

La realtà virtuale potrebbe aiutare a curare lo stress da lavoro. Ne sono conviti Inail Regione Toscana, l’Università di Pisa, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana e la Scuola Superiore Sant’Anna che hanno finanziato un progetto per analizzare meglio l’impatto di questa tecnologia. La ricerca mira a creare interventi personalizzati su ogni paziente, ridurre i livelli di stress lavoro-correlato, trattare eventuali patologie psichiatriche, elaborare strategie individualizzate per il reinserimento lavorativo attraverso l’assistenza e sviluppare di percorsi di terapia cognitivo-comportamentale.

Negli scenari virtuali sarà possibile potenziare le tecniche cognitivo-comportamentali rendendole più sicure e meno costose rispetto all’esposizione in vivo. In questo modo il paziente potrà venire a contatto con la situazione stressogena in un ambiente sicuro mentre il terapeuta potrà monitorarne il comportamento dal vivo ed elaborare un modello adattivo più efficace.

La creazione di scenari virtuali ad hoc e la valutazione in tempo reale di parametri psicofisiologici stress-sensibili (come ad esempio la frequenza cardiaca, la pressione, la variabilità dell’elettrocardiogramma) consentirà di misurare per ogni singolo caso i livelli di stress reattivo a diverse situazioni lavorative. Questo permetterà di ricavare informazioni più precise sull’idoneità allo svolgimento di precise mansioni e su come aiutare il reinserimento lavorativo.

La realtà aumentata sempre più spesso è al servizio di medicina e salute: abbiamo visto progetti come quello dei visori HoloLens utilizzati dalle università statunitensi per studiare medicina e anatomia o come l’headset Smart Specs che aiuterà gli ipovedenti a percepire la realtà intorno a loro; adesso sembra giunto il momento del grande ingresso della realtà aumentata nel mondo della chirurgia.

Alcuni collaboratori scientifici della Purdue University e la Indiana University School of Medicine hanno lavorato fianco a fianco per creare una nuova tecnologia che possa aiutare i chirurghi sui campi di battaglia o nelle aree più sperdute della terra a operare i pazienti pur non essendo specialisti in una determinata operazione grazie all’aiuto in differita di altri medici. Sino a questo momento era già stato sviluppato un sistema per lo stesso scopo, ma purtroppo presentava qualche problema di funzionamento: infatti al video con il punto di vista del chirurgo, lo specialista rispondeva con del testo scritto a lato; questo comportava un continuo spostamento dello sguardo da un punto a un altro durante l’operazione, e come si può immaginare non era una soluzione ottimale. Oggi invece, con il nuovo STAR (System for Telementoring with Augmented Reality) la situazione ha visto un deciso miglioramento: grazie alla realtà aumentata i consigli degli esperti verranno proiettati direttamente nel campo visuale del chirurgo, rendendo le operazioni più sicure e veloci. In pratica uno schermo trasparente viene post sul campo di lavoro del chirurgo; in questo modo sia chirurgo che specialista vedono la stessa cosa e il primo legge e vede le informazioni direttamente sulla zona da operare.

Per il momento il sistema STAR, sviluppato con l’aiuto del Pentagono, è stato solamente testato in laboratori che simulano l’ambiente ospedaliero, ma sembrerebbe che presto possa entrare pienamente in uso.

Ecco un’animazione che spiega il funzionamento del sistema:

 

Grazie ad una startup chiamata VA-ST ed al ricercatore di neuroscienze Stephen Hicks, la realtà aumentata diventerà la tecnologia grazie alla quale gli ipovedenti potranno vedere meglio.

Giorno dopo giorno, mese dopo mese, ci stiamo abituando sempre più all’idea che in un futuro molto vicino indosseremo molto spesso headsets per realtà aumentata e virtuale: grazie ad essi vedremo la realtà in maniera potenziata da informazioni e possibilità di interagire in svariati modi; ma come sarà tutto questo per coloro che non possono vedere? Avere accesso a queste nuove tecnologie sembrerebbe impossibile per gli ipovedenti, ed invece ci sbagliamo: ce lo dimostra un paio di smart glasses chiamato Smart Specs.

Come funzionano gli Smart Specs?

Spesso le persone considerate non vedenti, in realtà hanno una visione parziale, semplicemente non abbastanza buona da vedere chiaramente ostacoli e volti. Grazie a questo headset ed alla realtà aumentata, finalmente anche gli ipovedenti potranno sfruttare i propri occhi, grazie agli Smart Specs ed al loro potenziamento della percezione della profondità.

Come dichiarato da Stephen Hicks: “Trasformiamo [l’immagine] in un cartone animato ad alto contrasto e poi lo proiettiamo all’interno di un paio di occhiali trasparenti. Dopodiché possiamo aggiungere la vista normale di una persona alla vista potenziata, e far sì che l’individuo utilizzi la vista parziale che userebbe normalmente per vedere il mondo in modo migliore”.

Gli Smart Specs usano videocamere tridimensionali e rilevano la struttura e la posizione degli oggetti intorno, e tramite la realtà aumentata li proiettano poi nel mondo reale. Questa tecnologia aiuterà gli ipovedenti ad evitare gli ostacoli ed a vedere quel che hanno intorno. Il progetto di VA-ST sarà di grande aiuto sia per le persone che soffrono di problemi gravi alla vista, sia per coloro che non vedono bene senza luci.

Ad oggi gli Smart Specs sono in fase di prototipo: sono composti da un headset di plastica con all’interno un paio di Epson Moverio AR glasses che funge da display ed un componente firmato Asus che analizza la profondità, e devono essere assicurati alla testa della persona, che deve portare con sè anche una piccola scatola con funzione di telecomando. Questa, ovviamente, è solo una prima versione dell’headset, che sembra sarà presto disponibile nella versione per il mercato dei privati a circa 1000 dollari.